Santalmassi visto da...

Cristina Piotti

 

Per chi lavora in Rai, si dice, essere mandato in radio è una punizione. Dev’essere per questo che qualcuno, racconta Giancarlo Santalmassi, dal 2005 direttore responsabile di Radio24, ma con un passato come direttore alla Rai, gli chiese come mai avesse deciso di accettare di lasciare la televisione. Perché fu proprio all’interno della Rai che avvenne il grande incontro con mondo della radio, quando nel 1994 venne nominato vicedirettore dei GR. Lui cosa rispose? <<Risposi alla domanda con un’altra domanda: perché la televisione, per intervistare politici come Occhetto o Berlusconi ha bisogno di belle presenze alla Parietti? La televisione, in Italia, sta vivendo un momento di crisi ed è ridotta a rappresentare solo sé stessa. Il pubblico arriva per ultimo>>.

 

D’accordo. La radio sarà anche un mezzo, come sostiene Santalmassi, “più sincero” e più fidelizzato, ma sembra avere altri problemi. Qualcuno sostiene che la radio sia ormai sul viale del tramonto, obbligata a cedere il passo alle nuove tecnologie: internet, video informazione, satellitari… Il giornalista non è d’accordo: <<La definizione della radio più bella, che ho sentito e subito fatta mia, è questa: non si tratta né di un old media né di un new media. Se resiste è perché è un ultramedia. E’ come l’aria che respiriamo. Ci accorgiamo della sua presenza solo quando viene a mancare eppure la respiriamo tutti i giorni>>.

 

Due a zero per la radio. E’ vicina alla gente e ha resistito agli assalti di internet e televisione. Però, francamente, c’è radio e radio. Prendiamo Radio Rai, di cui Santalmassi, nel 1998, divenne direttore. <<Insostenibile e insopportabile. All’epoca c’era solo pubblicità di pannoloni, protesi e scarpe con plantari. Un target over 60>> ricorda, parlando del servizio pubblico. Una situazione che ritrovò una volta arrivato a Radio 24 – Il Sole 24 Ore: <<Una delle prime cose che feci fu cambiare il nome in “Radio24” e basta. Per sei anni l’unica pubblicità che trasmetteva la radio era solo di tipo finanziario: avevamo un programma per giovani come “Pappapero” e nessuno spot adatto agli under 20!>>.

 

Ricapitolando: le potenzialità ci sono, ma nessuno se ne accorge. Parlando a un giornalista, verrebbe da chiedersi se il problema non riguardi i contenuti, l’informazione… Ma Santalmassi ha un’opinione precisa dei suoi colleghi del piccolo schermo e riprende la sua abitudine di rispondere a chi gli chiede qualcosa con un nuovo quesito: <<Esiste davvero il giornalismo televisivo? E cosa sarebbe?>>. Il giornalista però ha anche dei trascorsi come professore universitario per corsi di giornalismo. Altro che eterno dilemma tra giornalisti che nascono o che diventano tali. Il futuro è un’intera generazione di giornalisti laureati e inesistenti? <<Nascere non basta e diventare non basta. Si nasce con delle doti, certo, come in ogni altra professione. Ma bisogna anche sapere andare avanti>>.