LORENZO CREMONESI

 

 

Inviato al fronte, giornalista invisibile

   
di MARIA PAULUCCI

 

 

Esperienza in pillole

 

 

  1. Le fonti

Mettete in valigia la vostra agenda. La userete a destinazione. Non tutti i contatti sono validi la seconda volta, ma almeno uno su cento funziona sempre. Anche la Rete può servire.

 

  1. Chiedete al taxista

Nessuno conosce una città meglio di chi l’attraversa in macchina tutti i giorni. Il taxista è una preziosa fonte di notizie e indicazioni. La prima che incontri sceso dall’aereo.

 

  1. Affidatevi ai colleghi

Una volta arrivati, andate a parlare con i giornalisti locali. Possono darvi aggiornamenti, spiegazioni, nomi, numeri di telefono, indirizzi. Insomma, tutti i contatti utili.

 

  1. State soli

La solitudine è essenziale. Stare con i colleghi rende visibili, fa di voi un bersaglio. Muoversi da soli vi consente di spostarvi e lavorare senza essere riconosciuti.

 

  1. Mimetizzatevi

Meno vi notano, meglio è. Rendetevi “invisibili”, vestitevi come la gente del posto. Per gli uomini una soluzione può essere la barba, per le donne il velo. O il burqa.

 

  1. Mangiate la sabbia

Per raccontare un fatto, un paese, una storia, bisogna stare sul posto, consumare le scarpe, mangiare la sabbia. Esserci è sempre una ricchezza, una riga in più, il valore aggiunto.

 

  1. Andate in controtendenza

Dal desk si può fare tutto senza uscire dalla redazione. Ma da lontano molti dettagli sfuggono. Per fare concorrenza ai grandi network e alle altre testate bisogna esserci, stare sul posto.

 

  1. Oltre il fatto

Il giornalista deve sempre andare al di là del grande evento: deve comprenderlo. La cronaca del fatto deve essere un’occasione per andare oltre, per approfondire e capire.

 

  1. Siate rispettosi

Gli arabi credono che l’Occidente li disprezzi. Ovunque siate, trattate gli altri alla pari. Mostrate loro rispetto. E seguite sempre le regole di comportamento del posto in cui vi trovate.

 

  1. Nessun allarmismo

A volte le tv mostrano una casa in fiamme e lasciano intendere che tutta la città sia stata messa a ferro e fuoco. Andate sul posto, assicuratevi che sia effettivamente così e poi raccontate i fatti.

 

  1. Non date nulla per scontato

L’inviato deve essere il più meticoloso possibile: deve controllare sempre le notizie e non fermarsi alle agenzie di stampa o alle immagini dei circuiti televisivi.

 

  1. Andate oltre Internet

La rete ospita un gran numero di testi, immagini, documenti audio e video. Ma non bisogna accontentarsi. Occorre verificare, controllare, andare sul posto.

 

  1. Nient’altro che la verità

Non abbiate paura di cambiare idea e di contraddirvi. Al giornalista non si chiede coerenza ideologica ma contraddizione, perché il mondo è contraddittorio. L’unica regola è la verità.

 

  1. Coltivate la normalità

Mantenere le abitudini è essenziale. Quando tutto è eccezionale, è importante fare qualcosa di ordinario. La spesa al mercato, per esempio, può essere un modo per uscire dal panico.

 

  1. Fate sport

L’inviato deve affrontare spostamenti, viaggi lunghi, trasferte senza preavviso. L’attività fisica aiuta. Serve anche a prendersi cura di sé in una situazione fuori dal comune.

 

  1. Non dimenticate il denaro

Scordatevi le carte di credito. Vi saranno molto più utili le banconote, dovranno essere tante e di piccolo taglio (1, 5, 10 dollari). Vi serviranno anche per ricompensare gli informatori.

 

  1. E l’elettricità?

I gruppi elettrogeni a benzina sono carichi pericolosi, soprattutto se qualcuno spara contro la macchina su cui viaggiate. Meglio un pannello solare. E, solo per la notte, un generatore.

 

  1. Il rifugio

Nelle situazioni difficili occorre organizzarsi per trovare un posto in cui stare e per procurarsi acqua, cibo e pile. In più, bisogna assicurarsi che pannello solare e generatore funzionino.

 

  1. Meglio le lattine

Le bottiglie si possono aprire e chiudere. Le lattine no. Offrono la garanzia che quel che c’è dentro non è stato alterato o mescolato con altre sostanze.

 

Biondo, occhi chiari, e riesce a non farsi notare. Perché «per un giornalista al fronte è importante rendersi “invisibile”». E’ una delle confidenze che Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera per il Medio Oriente, ha fatto agli allievi del master in Giornalismo della Statale di Milano. A loro, il 10 ottobre, ha raccontato il suo esordio nella carta stampata e come lavora. Ma prima ancora ha voluto chiarire che non è diventato giornalista per denaro (“Per questo ci sono altri mestieri”) ma per passione. Al punto che oggi, assicura, “per il Corriere lavorerei anche gratis”.

 

Ha cominciato a Rho, dove abitava, spinto da un compagno di liceo a occuparsi «per un piccolissimo settimanale locale che non pagava niente, neppure rimborsava le spese, di una piccola fabbrica di periferia che aveva avuto problemi». Però il suo interesse è sempre stato per la politica estera. Da giovanissimo era stato volontario in un kibbutz, così quando ha saputo che la Comunità ebraica di Milano aveva bisogno di un coordinatore per il suo bollettino, lui, cattolico, non  ha avuto esitazioni. «Dovevo fare tutto, dalla pubblicità alla prima pagina, ai titoli, alla grafica, ai contatti con l’amministrazione». Un’esperienza fondamentale: «Ho grandissimo rispetto per chi lavora al desk. Fa capire bene i meccanismi del giornale. Stare al desk, soprattutto, aiuta a demitizzare l’idea che, quando il tuo pezzo non finisce in pagina oppure viene tagliato, ci sia un grande complotto e tu ne sei una vittima. No, dipende dal fatto che in un giornale le cose cambiano rapidamente con il passare delle ore e che bisogna contemperare esigenze diverse. Questo si capisce solo stando al desk».

 

Il passaggio al Corriere? Dopo l’università, tante piccole collaborazioni un po’ da tutte le parti firmando con pseudonimi. Poi l’offerta del primo quotidiano nazionale. Dove è stato l’unico giornalista a essere assunto già da inviato. Un’opportunità che lo aiutato a risolvere la tentazione che pure aveva di rimanere nel mondo accademico («ma esitavo perché l’università italiana affossa le intelligenze e ti allontana dal lavoro e dallo studio»).

 

Ora che di esperienza ne ha accumulata proprio tanta, ecco Lorenzo Cremonesi esporre con semplicità e autorevolezza convinzioni e consigli, senza tenere una lezione: con risposte alle domande dei futuri giornalisti. Sulla corrispondenza dall’estero, per esempio: “Io credo molto nello stare nei posti – dice. -. È una riga in più, il valore aggiunto di un pezzo. Credo nel mangiare la sabbia. Poi, in questo mestiere, è essenziale la solitudine”. Quella dell’inviato è una “vita dedicata a quello che fai”.

 

Quando ci si trova a lavorare in posti “caldi” correre rischi è inevitabile, ammette, ma non devono essere eccessivi. Ci vuole prudenza. “Posso avere la più grande storia del mondo, ma devo poterla raccontare. Bisogna spingersi non oltre il punto in cui si può tornare indietro per dare la notizia”. E non farsi notare. “In Iraq mi ero fatto crescere la barba ed ero vestito come la gente del posto. Non dire che sei un reporter può servire”. Il rapporto con il pericolo, però, “si gestisce male. Alla lunga sviluppi una dipendenza dall’adrenalina. Io ho paura di farmi male più che di morire. La fine, vorrei che fosse rapida. Gli occidentali hanno un problema culturale con la morte. Io ho cambiato modo di vederla stando in Medio Oriente.»

 

Sulla sua esperienza di giornalista embedded: “A volte l’unico modo per lavorare in una zona di guerra è vivere con i militari e accettare le loro regole. Basta dirlo”.

 

La vita da inviato, continua Cremonesi in risposta ad altre domande, non è solo lavoro. “Al Palestine correvo su e giù per le scale per fare un po’ di sport”. Il corrispondente “deve essere forte. L’attività fisica rafforza la resistenza e mantiene sani. Con i colleghi facevamo anche shopping ai mercatini. È un modo per uscire dal panico. In una situazione in cui tutto è eccezionale fa bene tornare a un’abitudine. Bisogna prendersi cura di sé”.

 

E “non bisogna aver paura di cambiare idea e scriverlo. Al giornalista non si chiede coerenza ma contraddizione, perché il mondo è contraddittorio”. Né,  quando si raccolgono informazioni, bisogna battersi per una causa, perché “lo scopo è parlare con la gente del posto, non cambiarla”.

 

Gli occidentali come vivono la guerra? “Chi vive in pace ne è affascinato. La guerra affascina chi non la fa”.

 

Sul suo sequestro a Gaza, nel settembre 2005, sdrammatizza e  racconta: “I rapiti stanno sempre meglio dei loro familiari. Io ero tranquillo: non ero in Iraq, a Gaza la situazione era molto più tranquilla. Mi catturò un gruppo di sequestratori improvvisati. Durante uno spostamento dovemmo scavalcare una rete. Uno di loro, prima di farlo, mi passò il suo fucile. A me, l’ostaggio”.

 

Com'è il rapporto con gli altri media? “Scrivere per la carta stampata ha dei limiti, ma essere su un posto con una tv comporta problemi tecnici che sono contento di non avere”.

 

Alcuni consigli infine per gli aspiranti reporter. L’ideale è “specializzarsi”, meglio se in “qualcosa che appassiona”. E “non dare niente per scontato, essere permeabili e il più meticolosi possibile”. E non fissarsi sulla scrittura. Per il lettore conta altro. “Chi se ne frega del bel pezzo. Lui vuole le notizie”.

MARIA PAULUCCI partecipa al primo Master biennale in Giornalismo dell'Università degli Studi di Milano